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Fondamentalmente, essendo da sempre distante dalla logica della legalità, affrontare un discorso simile, oltretutto su Antisociale.it è quantomeno curioso. Voglio provare però a parlare di quanto è successo a Catania, da un duplice punto di vista: il primo legato appunto ad una visione “moderata” (termine orrendo), il secondo inerente a quanto di solito compare su questo sito.
Si fa un gran parlare di modello inglese, ma fondamentalmente nessuno sa bene che cazzo significhi. Parlano di leggi speciali, di carcere duro, di ergastoli e quant’altro, ma ci fosse stato un misero idiota che avesse alzato la voce per dire cosa in effetti è il modello inglese. Gli stadi sono privati, il servizio d’ordine è affidato ai club, non ci sono sbarre, reti e la partita la si guarda da seduti. Nessuno può appendere striscioni di qualsiasi tipo e le due tifoserie non entrano MAI in contatto. L’Italia spende oltre 230 milioni di euro l’anno per stanziare i poliziotti allo stadio; gli anglosassoni praticamente 0. Lo stato da noi sorregge il culetto delle società di calcio, che detengono il potere. In Inghilterra non le cagano di striscio: avete voluto il pallone? Ora ve lo pagate da voi e non ci rompete le palle.
A prescindere da quanto detto sopra, pensate davvero che la militarizzazione degli stadi possa servire a qualcosa? Che l’aumento di polizia possa rendere le nostre vite sicure e gli stadi aperti ai bambini e alle famiglie? Illusione pura e semplice. La notte di Catania non è stata altro che l’ennesimo simbolo della rivolta dilagante: il figlio che prende a sassate il padre poliziotto. L’apice della ribellione in mano a gente che se ne sbatte dell’etica e che ha solo voglia di massacrare sbirri. La rivolta della piazza, la rabbia della gente contro le forze dell’ordine, un minimo pretesto per far sfociare quello che è sopito in molti di noi, che si trasformano in animali da guerriglia quando il clima generale glielo permette. Ecco quindi che si verificano casi come questo Catania – Palermo, come Napoli – Avellino di anni fa o come il famoso derby Roma – Lazio sospeso tempo addietro. Ma perché considerarli come episodi a sé stanti, quando invece rientrano perfettamente in una logica di rivolta? Allora uniamoli anche alle varie aggressioni alle forze dell’ordine a Cagliari mentre tentavano di arrestare due ragazzi, i pacchi bomba di Viterbo: verrebbe da chiedersi se tutto questo è solo sintomo “di un disagio giovanile” come i vari esperti si affrettano ad etichettare il tutto, o se invece vi è qualcosa di più radicato alla base, una sensazione e una volontà che travalicano il semplice malumore e che soprattutto avvolgono larghi strati di popolazione, dal più povero al più ricco.
Il problema principale non è la mancanza di polizia, ma bensì la sua presenza sul territorio: le rivolte viste in questi giorni possono e vanno inserite in un contesto generale di insofferenza nei confronti di una militarizzazione delle nostre vite e di continui soprusi da parte di una classe, che quantomeno in Italia come in Africa, Corea e poche altre parti al mondo, vive perennemente impunita. Grande è il vociare e l’invocare la democrazia, allora c’è da chiedersi per quale motivo uno stato che si definisce capitalista e liberale, che confida nella giustizia dei tribunali e delle carceri, lasci impunito il suo braccio armato. Poliziotti che obbligano prostitute a prestazioni gratuite, la violenza nelle caserme, le perquisizioni, i pestaggi, l’inciampare sul grilletto e freddare tanti giovani per sbaglio (manco Chuck Norris ha quella mira), l’omicidio volontario e quanto altro, fino al tono arrogante con cui ti fermano per chiederti documenti o tentano in tutti i modi di farti la multa. L’esasperazione e la totale copertura di cui questi individui godono non fa che esasperare la già distrutta popolazione.
Siete voi che alimentate la rivolta, non lamentatevi quando la gente si prende da sola la propria vendetta nel mucchio.
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